Guadagnate 10 minuti! Guardate la "lezione di vita" di Randy Pausch che ha tenuto allo "Oprah Winphrey Show", e versate senza vergogna qualche lacrima. La vita è meravigliosa e va vissuta intensamente in ogni situazione, attimo e contesto. Riflettiamo e poi chiediamoci se è giusto sopprimerla arbitrariamente!
IL VIDEO DEL DISCORSO HA SPOPOLATO IN RETE ED E' DIVENTATO UN LIBRO
È morto Randy Pausch, commosse il mondo con la sua «Ultima lezione»
Docente alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, era malato di cancro. A settembre l'addio ai suoi studenti
WASHINGTON - Nella sua «Ultima lezione» Il professor Randy Pausch, che insegnava scienze informatiche alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha detto di non voler essere compatito e di non voler parlare della morte, ma della vita. Lui, 47 anni e tre bambini, è morto per un tumore al pancreas, che nonostante le cure ha invaso il suo organismo in modo irreparabile. L'ultima lezione ai suoi studenti, tenuta a settembre, è stata registrata e - messa in Rete - ha avuto un successo strepitoso. Pausch parla dei sogni di quando era bambino, dell'importanza di sognare e della possibilità di realizzare i propri desideri.
INNO ALLA VITA - Una lezione di vita - e non soltanto della sua disciplina -, un saluto profondo che ha commosso non solo gli allievi della Carnegie Mellon ma tutto il mondo. E che è diventato un libro, intitolato appunto «L'ultima lezione», edito in Italia da Rizzoli, in cui i temi della lection vengono sviluppati e approfonditi. «Ho un problema di sistema - aveva annunciato il docente, cominciando la lezione di fronte a 400 studenti -. Benché abbia sempre goduto di forma fisica strepitosa, ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita». L'incontro finale tra il docente e i suoi studenti, tra ironia e riflessioni profonde, si era trasformato in un commosso inno alla vita.
Tra due giorni compirò ottanta anni, e perciò mi avvio verso il Giudizio Finale in ordine al quale spero più nella misericordia che nella Giustizia di Dio, ché per la prima sarò salvato a motivo non dei miei meriti ma della Sua gratuita Grazia, e per la seconda sarei condannato.
Ho vissuto da cattolico, certo peccatore, ma da cattolico fedele della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, obbedendo nella cose in cui ritenevo di dovere obbedire, anche piegando il mio giudizio a quello del Papa e dei vescovi, consapevole che il giudizio dell'uomo, se non è illuminato dalla Fede, pur nella capacità dell'intelletto a conoscere con le sue forze una parte della verità, è sempre viziato dalle passioni e insidiata dall'errore per la ferita che ad esso l'Uomo ha inferto con il peccato originale. Ho sempre però cercato di onorare il principio della supremazia della coscienza, che ho cercato di rendere bene formata e bene informata. Non sono riuscito a diventare come avrei voluto un giurista. Da patriota democratico, repubblicano e antifascista ho cercato di servire la Repubblica, la Patria Italiana ed anche la mia "piccola Patria e Nazione incompiuta": la Sardegna. Ben so di non essere stato un uomo di Governo né tantomeno un uomo di Stato, ma spero di essere stato un non inutile o peggio dannoso, anche se certo modesto, servitore della Repubblica. La ricorrenza del mio ottantesimo compleanno non merita né alcuna cerimonia o celebrazione. Chi voglia per generosità e cortesia formularmi degli auguri, se ne astenga. Se è un credente in Dio: cristiano, ebreo o musulmano, preghi per la mia buona morte. E se qualcuno, non avendo letto questo mio quasi necrologio, mi manderà gli auguri, non si adombri se io non gli scriverò per ringraziarlo! Putroppo debbo pensare alla partita a scacchi che da tempo sto giocando con la Morte!
Sul sagrato del Duomo di Milano è decente ed è umano che vengano deposte bottiglie d’acqua. Non c’è da discutere, c’è solo da protestare la compassione
Acqua per Eluana Englaro. Da oggi, dai prossimi giorni sul sagrato del Duomo di Milano è decente ed è umano che vengano deposte bottiglie d’acqua. Non c’è da discutere, c’è solo da protestare la compassione. C’è solo da protestare. C’è solo da esercitare la libertà di contraddire calpestando quel simbolo di ragione che è la piazza sotto l’ombra di quel simbolo di fede che è la Cattedrale. Piazza Duomo è un luogo elettivo della religione e del civismo. E’ il posto giusto. E’ il posto giusto per riunirsi intorno al pozzo della Samaritana, e alla sua acqua. A qualche chilometro da lì, a Lecco sul bordo del lago manzoniano, una donna viva sta per essere assetata e affamata dal nostro io collettivo, timoroso della morte e spregiatore della vita umana, dalla scienza impudente e dalla famiglia senza speranza. Non c’è da capire se la fede cristiana sia in grado di salvare senza o perfino contro gli imperativi dell’etica classica e borghese: c’è da agire. C’è da agire su di una piazza, su un sagrato, silenziosamente e solidalmente, secondo la vocazione laica dei cattolici e la cultura cristiana dei laici. Questo è l’etica: discernere il bene dal male (aguzzando la vista) e sforzarsi di fare il bene (attraverso l’ineluttabilità del peccato). Non con la curiosità di Eva e l’autorizzazione biblica di Adamo, beninteso, ma secondo la ragione e la parola, secondo il Logos che per i cristiani è una incarnazione personale, un fatto. Non fare agli altri quanto non vuoi sia fatto a te: dunque, non assetare. Fa’ agli altri quanto vorresti fosse fatto a te: dunque, da’ da bere agli assetati. Molti nel mondo hanno sete e rischiano di morire. Ma nessuno come Eluana Englaro. Nessuno per sentenza di un giudice. Nessuno per evoluzione della cultura. Nessuno per disperata decisione paterna. Nessuno nel muto nome di una sua volontà precedente. Nessuno come campione umano per la statuizione di una legge di testamento cosiddetto biologico o di eutanasia. Nessuno come cavia ideologica di un passo ulteriore nella via della scristianizzazione radicale del mondo. Nessuno ha sete per un banale incidente filosofico divenuto religione civile universale, la religione della buona morte, la morte buona, capace secondo i modernisti di conferire dignità alla persona che la riceve nel suo letto o autonomia e libertà a chi la dà nel suo grembo. Nessuno nel mondo muore di sete per vanità e necrofilia secolarista. A Eluana Englaro, come avvenne per Terry Schiavo, potrebbe succedere. Beniamino Andreatta è vissuto nove anni in un letto d’ospedale, a Bologna, chiuso ai contatti diretti e comprensibili con il resto del mondo ma non all’amore della sua famiglia e dei suoi amici. Quando si recò in città, il Capo dello Stato lo andò a trovare. Andò a trovare qualcuno. Non una tomba o una cosa, di cui si possa disporre. C’era un corpo caldo, che di lì a qualche giorno diventò freddo, poiché Andreatta poi morì. Giorgio Napolitano, che si fece venire dubbi clamorosi all’epoca dell’appello di Piergiorgio Welby in nome del diritto di morire, potrebbe farsi venire un dubbio anche questa volta. Di segno contrario. In nome del diritto di vivere. Potrebbe recarsi sul sagrato del Duomo e deporre anche lui una bottiglia d’acqua. Potrebbe invocare una moratoria contro una pena di morte legale, comminata a una sorella delle suore Misericordine con le cautele della tortura umanitaria, affinché le mucose non si secchino e il disagio della disidratazione sia limitato.
Giuliano Ferrara (Il Foglio, 13 luglio 2007)
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Appello alla società civile per il diritto alla vita di Eluana!
Il presente appello é in difesa del diritto alla vita di Eluana Englaro e si oppone alla richiesta di interromperne l'idratazione e l'alimentazione. Tale interruzione provocherebbe infatti la morte di Eluana, e questo solo in seguito ad una lunga e dolorosa agonia, come giá successe per Terri Schiavo nel 2005.
Togliere la vita ad una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili.
LA VITA E' UN BENE INVIOLABILE E INDISPONIBILE E NESSUNO si puó arrogare la prerogativa di toglierla a proprio arbitrio.
*** "domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello" (Gn 9,5)
"[...]si fa sempre più forte la tentazione dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano.
Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate. Esse vengono molto spesso isolate dalla famiglia e dalla società, organizzate quasi esclusivamente sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore."
È un demone antico quello che martedì scorso è rispuntato sul palco romano di piazza Navona. È il demone che spinge di continuo una parte di Italiani a credere non solo che il proprio Paese è governato (o può esserlo da un momento all'altro se vincono gli «altri») da una masnada di furfanti corrotti, ma che questi furfanti, in fondo, non sono altro che il vero specchio del Paese, o meglio della sua maggioranza. È il demone, appunto, del moralismo divisivo: cioè dell'idea che l'Italia non è un solo Paese, con propensioni, aspetti, caratteri buoni e cattivi, intrecciati inestricabilmente in tutte le sue parti e in certa misura dentro ognuno di noi. No, l'Italia sarebbe invece un Paese con due anime, due morali, addirittura due popoli di segno opposto. Da una parte gli Italiani cattivi (per natura reazionari, prevaricatori e imbroglioni) e dall'altra invece gli Italiani buoni (altrettanto naturalmente democratici, rispettosi della legge e attenti al bene pubblico). Da una parte insomma l'Italia maggioritaria moralmente grigia; e di fronte, a cercare di contrastarla, quella che ama definirsi «l'altra Italia», irrimediabilmente di minoranza.
La rappresentazione di questo modo di vedere le cose è andata in scena nel modo più evidente sul palco di Roma: dove è apparso chiaro, per l'appunto, che l'essenziale era urlare a squarciagola che Berlusconi incarna il massimo degli obbrobri possibili. Dimenticando però che, proprio se un simile figuro non ha dalla sua nessuna buona ragione, tanto più allora vi devono essere però delle buone ragioni se una maggioranza di Italiani lo ha votato. Ma il moralismo serve appunto a vanificare ogni questione politica di tal genere: la maggioranza degli Italiani ha votato Berlusconi? E che problema c'è? Vuol dire che sono fatti della sua stessa pasta, è la prova che sono dei furfanti come lui.
È una storia antica, dicevo, questa del moralismo. Una storia che comincia subito dopo l'Unità, quando lo sdegno per le miserie del Paese e il venir meno delle grandi speranze risorgimentali si tramutano nella messa sotto accusa delle sue classi politiche, del «Paese legale»; che prosegue poi con l'antigiolittismo di tanta parte della cultura nazionale la quale, alla denuncia delle malefatte del «ministro della malavita», associa ora la novità importante della denuncia dell'inadeguatezza morale dell'opposizione socialista, colpevole di essere collusa e di tenergli bordone. Una storia, infine, che fino ad oggi sembrava culminare e compendiarsi nella fiammeggiante predicazione di Gobetti e nel suo culto per le «minoranze eroiche » chiamate a lottare contro tutto e contro tutti. Contro Giolitti, contro Turati, contro Mussolini: tutti colpevoli egualmente, anche se a vario titolo si capisce, di promuovere la «diseducazione» morale e politica del popolo italiano. Considerato peraltro — c'è bisogno di dirlo?— non desideroso di altro.
Sono stati gli scrittori, i poeti, il ceto accademico, gli intellettuali in genere, a svolgere un ruolo centrale nel far sorgere e nell'alimentare questa tradizione del moralismo divisivo. Un ruolo che rimanda al ruolo politico di coscienza della nazione che sempre gli intellettuali hanno avuto in Italia, prima e durante il Risorgimento, e che hanno mantenuto fino ad oggi.
La storia politica italiana specie nel '900 è stata per molti versi, infatti, una storia d'impegno politico degli intellettuali; e questo impegno si è esercitato quasi sempre come denuncia e scomunica dai toni moralistici non di una politica con nome e cognome, ma dell'Italia «cattiva», di «quest'Italia che non ci piace», secondo le parole famose di Giovanni Amendola.
È naturale che farsi alleato un simile atteggiamento, sollecitarlo e vezzeggiarlo, rappresenta una tentazione per qualunque forza d'opposizione. La sinistra italiana ne sa qualcosa. Nel dopoguerra, infatti, il Partito comunista iniziò una politica di stretta alleanza con gli intellettuali, e dunque anche esso fece proprio in misura notevole il moralismo divisivo che nella tradizione italiana caratterizzava il loro impegno. Del resto, un partito antisistema com'era il Pci di allora — sicuro di non poter mai arrivare al governo per vie normali, condannato alla contrapposizione permanente — divisivo lo era naturalmente. Per forza esso doveva alimentare la divisione in «buoni» e «cattivi». Il taglio moralistico che vi aggiunsero gli intellettuali dunque vi fu, e fu certo significativo, se non altro per mantenere viva una tradizione, ma il gelido realismo di Togliatti curò di non farsene prendere mai la mano, di sbarrargli qualunque avvicinamento al terreno cruciale della decisione politica. Dove invece restarono famose le sue «aperture» e i suoi «dialoghi» (perfino con gli ex fascisti).
Le cose sono iniziate a mutare del tutto con Berlinguer. È allora infatti che il discredito progressivo della tradizione comunista e la crisi dell'Urss lasciano il Partito comunista privo sempre più della sua identità storica. Ed è allora che il vuoto ideologico, che nel frattempo diviene progressivamente vuoto politico, comincia inesorabilmente a essere sempre più riempito dall'irrigidimento moralistico. Il quale tende a sua volta a diventare urlo delegittimatore, creazione del nemico assoluto, visto addirittura come frutto di una «mutazione genetica ». Con sempre meno operai e sempre più esponenti del «ceto medio riflessivo » nelle proprie file, suggestionato da spregiudicati gruppi editoriali che ambiscono quasi a dettargli la linea, pressato da giudici di tipo nuovo che considerano se stessi e la giustizia come investiti di una missione etica, e infine condizionato da una stampa straniera abituata a semplificare drasticamente una realtà italiana che nella sostanza non conosce, il Pci non trova di meglio che fare della «questione morale» la sua nuova carta d'identità. Incapace di convertirsi alla socialdemocrazia, al partito di Gramsci e di Togliatti, che pure un tempo non ignorava gli aspri dilemmi della politica, non rimane che presentarsi come «il partito degli onesti»; che affidare le sue speranze alla delegittimazione morale dell' avversario.
Lì avviene il ripudio drammatico e totale di una storia, una rottura sociale e antropologica, quello che potrebbe definirsi il salto verso il moralismo in un Paese (e dunque in un partito) solo. È da quel momento che un nugolo di professori, di giornalisti, di teatranti, di showmen televisivi, di romanzieri, comincia a pensare ormai di essere di fatto il padrone dell'elettorato di sinistra. E, quel che è peggio, in una certa misura lo diventa davvero. L'8 luglio romano ha rappresentato l'esito di questo lungo itinerario. Esso però dovrebbe aver fatto capire definitivamente, a chi non l'avesse ancora capito, che cosa implica alla fine il moralismo divisivo: in una parola la concreta impossibilità della democrazia. Se infatti l'Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino, è ovvio che la sola possibilità è una lotta all'ultimo sangue, muro contro muro, senza alcun compromesso immaginabile, mai. E se poi si dà il caso che quell'Italia così detestabile vince le elezioni, allora è inevitabile convincersi che la democrazia, un sistema che permette cose simili, in realtà è niente altro che una truffa. Ma è questo che conviene davvero alla sinistra? È questo che conviene al Partito democratico?
Ernesto Galli Della Loggia (Corriere della Sera, 13 luglio 2008)
La drammaticità della vita umana appare in tutta la sua incalzante urgenza e nel suo insopprimibile interrogativo quando la malattia e la sofferenza ci colpiscono. Ancor più se esse durano nel tempo e non si aprono punti di fuga, almeno a vista d’uomo. Della malattia e della sofferenza si dovrebbe parlare in prima persona (alcuni lo hanno fatto, altri non ne hanno avuto modo), perché solo l’esperienza rende più evidente la realtà e lucido il giudizio della ragione. Se la sua situazione fosse rimasta nel dovuto riserbo – protetta come si doveva da ingerenze giornalistiche, giuridiche e politiche – di Eluana non avremmo voluto scrivere, tanto distante è l’esperienza che ci separa da lei e dai suoi familiari. Ma così non è stato. Il suo è diventato un caso pubblico, caricato di valenze e allusioni emotive, simboliche, giurisprudenziali e amministrative, e, dunque, non può restare senza una valutazione clinica, deontologica ed etica, senza una riflessione culturale e sociale. In punta di piedi, bisbigliando – come quando si entra nella stanza di chi sta male – dobbiamo quindi parlare, col massimo rispetto, o meglio, con grande amore verso di lei. Anzitutto la realtà clinica: Eluana non è morta (né dal punto di vista cardiocircolatorio e polmonare, né sotto il profilo cerebrale) e neppure sta per morire (non è un 'malato' con prognosi terminale). La condizione di «stato vegetativo persistente» in cui versa da anni non è clinicamente identificabile con uno stato di «coma irreversibile» dal quale si differenzia, tra l’altro, per la possibilità (non escludibile) di un risveglio, spontaneo o stimolato, e la presenza di una importante attività elettrica cerebrale e di movimenti di apertura degli occhi, stimolati e non. Anche il 'senso comune' (per non dire dello sguardo clinico) apprezzano queste differenze obiettive. Inoltre, la paziente non subisce nessun tipo di trattamento che possa ricadere nella fattispecie dell’«accanimento terapeutico»: al contrario, essa viene curata amorevolmente dal personale medico e infermieristico che la assiste e le assicura l’idratazione, l’alimentazione, il ricambio, la mobilizzazione ed altre cure nella forma che corrisponde ai suoi bisogni fisiologici essenziali. Perché privarla di tutto questo per porre fine ai suoi giorni? Come il medico e l’infermiere potrebbero abdicare – seppure in ottemperanza ad una sentenza – alla propria scienza e coscienza, la cui evidenze mostrano ragionevolmente che attuare quanto previsto dalla Corte significa condannare a morte certa questa giovane donna? Da oltre due millenni e mezzo, la medicina è nata e si è sviluppata in Occidente per curare ogni paziente in qualunque circostanza fisica o morale si trovi; solo in epoca recente, e oggi sempre più e meglio, anche per restituirgli la salute e salvargli la vita. I medici non sono chiamati né a provocare né ad accelerare il processo della morte. Chi può arrogarsi il diritto di infrangere la dignità e la deontologia che hanno fatto di questa professione un valore imprescindibile per la nostra società e un sicuro strumento di miglioramento della vita personale dei cittadini? I giudici hanno considerato l’idratazione e l’alimentazione fornite a Eluana come 'atti medici', al pari di terapie che possono essere intraprese o sospese in ogni momento, sulla base della considerazione della loro efficacia o futilità clinica. Occorre invece sciogliere l’equivoco: anche se posti in essere da personale qualificato come sanitario, la natura di sostegno vitale essenziale per l’esistenza del soggetto non muta. Come ha ricordato lo scorso anno la Congregazione per la Dottrina della Fede, «la somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente». E nel caso di Eluana, esse continuano a risultare di provata utilità nel sostenere la fisiologia del suo organismo e consentire la vita della persona. In questa delicata materia il foro giudiziale non appare essere la sede più appropriata per decisioni che, nella lunga storia della cura dell’uomo, hanno trovato nell’alleanza terapeutica tra paziente, congiunti e medico un luogo appropriato e ragionevole di composizione dei diritti e dei doveri, tra i quali figura – secondo il detto evangelico – quello di «dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati».
Qualche mese fa, guardando "Verissimo" su Canale 5, ho avuto modo di conoscere questa immensa "forza" che si chiama Adelaide.
Un portento, non nego che mi ha commosso tantissimo. Se tanta gente, molto più fortunata, riuscisse ad avere l'1% della forza, della fede e dei genitori di Adelaide, la vita sarebbe qualcosa di ancora più meraviglioso.
Adelaide Ciotola, vive a Napoli e combatte, da quando è nata (6 giugno 1999), con una rarissima malattia ai polmoni, la sindrome del lobo medio. Adelaide è una bambina coraggio: nonostante sia in costante pericolo di vita, vive ogni giorno con un grande sorriso sulle labbra, ringraziando Dio degli affetti e della possibilità che le dà di vedere spuntare un nuovo sole. Adelaide ama la danza, la recitazione e sogna una vita normale come tutte le bambine della sua età. Sogna di andare a scuola tutti i giorni perchè ama la scuola e sogna di diventare famosa.
Adelaide ha scritto un libro “Voglia di Vita” in cui racconta alcuni mesi della sua vita tra medicine, ospedali, l’affetto incommensurabile dei suoi familiari e dei suoi amici e la solidissima fede in Dio e nella Madonnina, a cui dedica tante preghiere durante la giornata. Vi consiglio di leggere questo libricino e di farlo leggere anche ai bambini che conoscete: innanzitutto il ricavato va alla bimba e finanzia le sue cure e poi vi insegnerà ad apprezzare la vita in tutte le sue sfaccettature. “Ho scritto un libro per dire alla gente che non si deve abbattere” ha detto Adelaide. “Quando racconto della mia malattia non voglio che la gente si rattristi, il mio libro è un messaggio di gioia”.
Scrive Adelaide: La vita è un raggio di sole che a volte può sembrare oscurato da qualche piccola nuvola, ma resta sempre luminosa. La vita è il dono più bello, basta solo saperlo cogliere. Tutti i suoi attimi, tutti i momenti vanno vissuti in pieno con gioia. La vota sa essere molto stupenda sopratutto se ti regala gli amici, quelli veri che a me a regalato. Con gli amici devi essere sempre sincera, perché loro sapranno ricompensarti. E’ molto importante riuscire a dare ed ascoltare senza per questo aspettarsi in cambio grandi cose. La vita è qualche cosa di unico, ti dà dei momenti difficili, ma è anche vero che in un solo istante sa darti una gioia infinita. Non importa se sia lunga oppure corta, è sempre la vita e va vissuta in pieno e con gioia, ma sopratutto di questo dono bisogna ringraziare sempre il buon Dio.
SANTI E MADONNE SCACCIANO I RIFIUTI A Boscoreale un originale deterrente anti immondizia
(ANSA) - NAPOLI, 27 GIU - Statue dei santi e della Madonna in strada e i cumuli di rifiuti scompaiono, e' l'iniziativa di alcuni abitanti di Boscoreale. Nella cittadina hanno pensato ad un deterrente originale e 'soprannaturale'. Ha iniziato il titolare di un supermercato: al posto dei cassonetti sommersi dai rifiuti e' comparsa una grande statua di Padre Pio. E nessuno ha piu' depositato immondizia. L'esempio e' stato contagioso. Poco piu' avanti una statua della Vergine ha sortito lo stesso effetto.
SIDEWAYS. Il film era uscito 3 anni fa, avevo comprato il DVD, ma non avevo avuto mai occasione di guardarlo. Non conoscevo la storia e, ovviamente, immaginavo fosse una celebrazione dei vini californiani della famosa Napa Valley, ma poi mi sono dovuto ricredere, mi è piaciuto più di “A Good Year” (Un’ottima annata). Miles, aspirante romanziere e grande intenditore di vini, decide di fare un viaggio con il suo migliore amico Jack, un attore fallito, tra i vigneti della Santa Ynez Valley la settimana prima che Jack si sposi. Miles è infatti un grande esperto di vino, oltre che un aspirante scrittore. Tra incontri, situazioni comiche e bizzarre, il periodo passato assieme darà loro modo di riflettere sulla vita e sulle proprie aspirazioni. Emblema della storia diventa un vitigno: il Pinot Nero. tanto unico quanto incapace ad adattarsi all'ambiente che lo circonda. Miles dice: “Ha la buccia sottile, è sensibile, matura presto. E, insomma... non è una forza come il Cabernet che riesce a crescere ovunque e fiorisce anche quando è trascurato. No, al Pinot Nero servono cure e attenzioni. Sì, infatti cresce soltanto in certi piccolissimi angoli nascosti del mondo. E... e solo il più paziente e amorevole dei coltivatori può farcela, è così. Solo chi si prende davvero il tempo di comprendere il potenziale del Pinot sa farlo rendere al massimo della sua espressione. E inoltre, andiamo... oh, i suoi aromi sono i più ammalianti e brillanti, eccitanti e sottili e antichi del nostro pianeta.” Bistrattato è invece il Merlot – immeritatamente – ma chi ama degustare il vino sa che l’uno non è mai meglio dell’altro: si preferisce a volte l’uno e a volte l’altro. Ho apprezzato il film, senza nessun campanilismo, perché ha probabilmente stimolato la curiosità di molti e li ha fatti avvicinare al mondo del vino. A me lo aveva fatto la “buonanima” di Mario con il “Troia” e le vendemmie che erano giorni di festa, mentre ad altri è stato un buon vino degustato in qualche occasione particolare, o un bel film, o un padre appassionato. L’importante è che si comunichi il vino con tutto l’amore possibile. Bello è ciò che scrive il famoso enologo francese Emile Peynaud: "Siete voi che in un certo senso fate la qualità: se ci sono cattivi vini e perché ci sono cattivi bevitori. Il gusto è conforme alla rozzezza dell’intelletto. Ciascuno beve il vino che merita.”. Avvicinatevi dunque al mondo del vino. E’ meraviglioso. E’ sensazionale. Come Maya dice a Miles: “Il vino è un essere vivente. E amo immaginare l'anno in cui sono cresciute le uve di un vino. Se c'era un bel sole, se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. E se è un vino d'annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continua a evolversi. Che se apro una bottiglia oggi avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se l'aprissi un altro giorno. Perché una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita. Ed è in costante evoluzione e acquista complessità, finché non raggiunge l'apice. Come il tuo Cheval Blanc. E poi comincia il suo lento, inesorabile declino. E che sapore... cazzo, quant'è buono!”
Ora ho cominciato a leggere il romanzo di Steinberg, “Sorì San Lorenzo”, dedicato ad Angelo Gaja ed al suo “immenso” vitigno di nebbiolo, e vino, che dà il nome al libro: le prime pagine mi hanno già emozionato! Corro, poi vi farò sapere!
Raid razzista, parla l'aggressore Roma:macché nazista, sono di sinistra
L'uomo del Pigneto, l'italiano sulla cinquantina ricercato dalla polizia per il raid contro alcuni negozi stranieri a Roma, nega di essere razzista. "Sono di sinistra, altro che nazista", dice a Repubblica. Quella nel quartiere Pigneto non era "nessuna spedizione organizzata" ma solo una vendetta personale per un portafoglio rubato. E mostra l'avambraccio con un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.
Ha i capelli brizzolati e un ciondolo d'oro al polso. "Eccome qua - spiega a Carlo Bonini, cronista di Repubblica - io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...". La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa e scopre la pelle: sull'avambraccio il tatuaggio del Che. "Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera".
Il nome? "Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò 'sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto". "Io sono questo qua - dice indicando la foto apparsa sui quotidiani - Questo cerchiato con il marsupio e la maglietta rossa, che si vede di spalle. La maglietta è una Lacoste".
"Ma quale xenofobia?"
"Adesso ti racconto davvero come è andata. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito", racconta l'aggressore a Repubblica. E parla di un furto del portafoglio a una donna "a cui voglio bene come a me stesso". Un immigrato lo informa che se lo vuole ritrovare, deve andare nel negozio dell'indiano, "perché il ladro sta lì. E' un marocchino, un tunisino. Ci vado, trovo lui, l'indiano bugiardo e un vecchio, un italiano. Il marocchino mi dice: 'Tu passare oggi pomeriggio e trovare portafoglio'. Io dico va bene e, te lo giuro, non mi incazzo, né strillo. Dico solo: 'Dei soldi non me frega niente. Ma dei documenti sì". Ernesto ripassa sabato mattina e quel "Mustafà là, ridendo, sempre con quella cazzo di birra in mano, mi fa segno che i documenti l'ha buttati dentro una buca delle lettere. Allora non ci ho visto più e ho detto: 'Se vedemo alle cinque. E se non salta fuori il portafoglio sfascio tutto"'.
"Difendo solo il mio quartiere"
Quindi il momento del raid: "Io quando devo fare a cazzotti non mi porto dietro nessuno. Il problema è che quando arrivo all'angolo con via Macerata non ti trovo una quindicina di ragazzi del quartiere? Tutti incazzati e bardati. Te l'ho detto. Mi vogliono bene. Avevano saputo della tarantella". "Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E, comunque svastiche non ce n'erano". Poi "i pischelli si mettono a correre verso via Ascoli Piceno. Per me è finita lì. Vedo che stanno a fà un macello con i bengalesi, che si sono messi a sfasciare le macchine della gente del quartiere, cominciò a gridare. Grido: "A pezzi de merda che state a fa'?". "L'altro giorno ho provato a chiamare anche Luxuria, quella diRifondazione. Gli ho detto: 'Dovemo parlà'. E lui: 'Sì ma al telefono perché sono a Cosenza per una riunione'. Allora io dico. Tu starai pure a Cosenza, ma al Pigneto, che è dove vivi pure tu, chi ci pensa?".
Il miglior comunicatore del vino e del cibo al mondo? E’ Marcello Masi, vice direttore del Tg2 e direttore editoriale della rubrica enogastronomica “Eat Parade”, eletto nell’evento “Best Sommelier in the World - Worldwide Sommelier Association”. “E’ un premio - ha dichiarato Marcello Masi - che voglio dividere con la mia redazione di “Eat Parade - Tg2” e con tutti i giornalisti italiani che si occupano seriamente dell’agroalimentare”.E’ andato, invece, al sommelier austriaco (di nascita) ma americano Aldo Sohm, il titolo di “Miglior Sommelier del Mondo” (Aldo Sohm lavora nel ristorante Tre Stelle Michelin, Le Bernardin di New York); i Paesi partecipanti erano 14: Stati Uniti, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Polonia, Portogallo, Argentina, Inghilterra, Andorra, Giappone, Korea, Messico, Spagna, Francia e naturalmente l’Italia. L’americano ha preceduto lo spagnolo Roger Viusà (campione europeo in carica) e il portoghese Manuel Joaquim Duarte Moreira, classificati secondi a pari merito. Le finali a Roma con una prova di degustazione, una correzione di una carta dei vini, un test di abbinamento cibo-vino ed una prova pratica di servizio (per questa prova, sul palcoscenico è stata simulata la situazione in un ristorante con 4 ospiti, che, per la cronaca, erano il grande chef Gianfranco Vissani, il giornalista del Tg5 Gioacchino Bonsignore, la sommelier di Rai1 Adua Villa e la famosa giornalista Clara Barra) che i concorrenti hanno accolto e servito come fossero sul proprio posto di lavoro.“Un evento che aveva come obiettivo - dichiara il presidente Wsa, Terenzio Medri - quello di unire sotto un’unica bandiera i protagonisti del mondo vino e della comunicazione. Posso tranquillamente affermare che la sfida è stata vinta”.La prossima edizione del “mondiale” di scena nel 2010 a Barcellona.
Dovunque ruoti la volta del cielo, non c'è al mondo terra che possa vantare i tesori della corona della Natura come l'Italia, sovrana e seconda madre del mondo, con i suoi uomini e le sue donne, i suoi generali e soldati, i suoi schiavi, la sua preminenza in arti e mestieri, la sua abbondanza di brillanti talenti...
All'Italia (Edmondo De Amicis)
Salutala così la patria, nei giorni delle sue feste:
Italia, patria mia, nobile e cara terra,
dove mio padre e mia madre nacquero e saranno sepolti,
dove io spero di vivere e di morire,
dove i miei figli cresceranno e morranno;
bella Italia, grande e gloriosa da molti secoli;
unita e libera da pochi anni;
che spargesti tanta luce d'intelletti divini sul mondo,
e per cui tanti valorosi moriron sui campi e tanti eroi sui patiboli;
madre augusta di trecento città e di trenta milioni di figli,
io, fanciullo, che ancora non ti comprendo e non ti conosco intera,
io ti venero e t'amo con tutta l'anima mia,
e sono altero d'esser nato da te, e di chiamarmi figliuol tuo.
Amo i tuoi mari splendidi e le tue Alpi sublimi,
amo i tuoi monumenti solenni e le tue memorie immortali;
amo la tua gloria e la tua bellezza;
t'amo e ti venero tutta come quella parte diletta di te,
dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome.
V'amo tutte di un solo affetto e con pari gratitudine,
Torino valorosa, Genova superba, dotta Bologna,
Venezia incantevole, Milano possente;
v'amo con egual reverenza di figlio,
Firenze gentile e Palermo terribile.
Napoli immensa e bella, Roma meravigliosa ed eterna.
T'amo, patria sacra!
E ti giuro che amerò tutti i figli tuoi come fratelli;
che onorerò sempre in cuor mio i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti;
che sarò un cittadino operoso ed onesto,
inteso costantemente a nobilitarmi, per rendermi degno di te,
per giovare con le mie minime forze a far sì
che spariscano un giorno dalla tua faccia la miseria,
l'ignoranza, l'ingiustizia, il delitto,
e che tu possa vivere ed espanderti tranquilla
nella maestà del tuo diritto e della tua forza.
Giuro che ti servirò, come mi sarà concesso,
con l'ingegno, col braccio, col cuore,
umilmente e arditamente;
e che se verrà giorno in cui dovrò dare per te
il mio sangue e la mia vita, darò il mio sangue e morrò,
gridando al cielo il tuo santo nome
e mandando l'ultimo mio bacio
alla tua bandiera benedetta.
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